YATIRIS

Non è facile ripercorrere gli stadi  della propria crescita se si sono nascosti, anche in tempi lontani,  ingombranti scheletri negli armadi.
Affrontare i propri errori comporta la loro rilettura e per farlo è necessaria una sollecitazione , una spinta iniziale che invogli ad aprire i cassetti e … ad iniziare le “pulizie di primavera” !
Leggendo l’ultimo romanzo di Matilde Asensi “L’Origine Perduta” ho ritrovato in me la forza per procedere a questa ulteriore analisi stimolata dall’argomento che vi è trattato con tanta maestria.
L’autrice parla della  forza delle parole, della loro capacità di attivare certi neuro-trasmettitori responsabili dei nostri stati d’animo e , in sintesi, delle nostre conseguenti azioni.
L’argomento è affascinante quanto reale ed io stessa ne ho verificato l’esattezza nel corso della mia, talvolta complicata, esistenza.
Più volte sono state le parole, unite ad uno sguardo di profonda compassione, a sbloccare alcuni stadi negativi della mia vita e a indirizzarne il corso verso una, fino ad allora, improbabile uscita.
Nel libro di Umberto Eco “ La ricerca della lingua perfetta”  si fa cenno ad un antico idioma, l’aymara, la lingua parlata dagli Yatiris, una comunità sudamericana esistente sin dall’epoca ante Diluvio, che avrebbe conservato intatti idiomi, uguali ad algoritmi, dalla peculiare efficacia neuro-trasmettitrice.
Una lingua pura parlata prima del crollo della Torre di Babele con una fonetica capace di far progredire l’umanità.
In fondo la storia della Torre di Babele e del Diluvio è presente nelle culture di ogni latitudine della nostra terra.
Nella Bibbia si narra come Jahvé, scontento della umanità, abbia mandato il diluvio per quaranta giorni e quaranta notti, negli antichi papiri egizi si narra di una massa d’acqua, il Nun, che sommerse tutte le terre e anche la mitologia mesopotamica , nel poema di Gilgamesh,  parla di Ut-Napishtim , l’equivalente del nostro Noè, che mise in salvo tutti i semi e le specie animali dalla inondazione voluta dal Creatore, Emil.
Nei miti cinesi  fu invece Yu a costruire  per tredici anni i canali che salvarono i superstiti del Diluvio e nel Bhagavata Purana e nel Mahabharata, testi sacri dell’India, si ripete la storia dell’eroe e della sua barca salvatrice.
Anche gli Aborigeni dell’Australia, gli Indiani del Nordamerica e gli Eschimesi raccontano una storia analoga così come avvenne per gli  Yatiris che la trascrissero in aymara nei tocapus .
Uno stesso mito espresso in lingue dissimili i cui protagonisti sono chiamati con nomi diversi, a seconda dell’idioma nel quale vengono narrati i fatti, pur essendo la stessa identità.
Una conseguenza logica alla dissoluzione dell’originario idioma frantumato come i mille pezzi della Torre di Babele.


Babel : Museum Boymans-van Beuningen, Rotterdam Peter Brugel Il Vecchio

Quando l’umanità intera capirà come le origini e i miti sono comuni e come non sia un differente appellativo a variare la sostanza …forse allora le guerre fratricide avranno termine per dar luogo all’era degli Esseri Umani.

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Un argomento affascinante che muove  i miei pensieri mentre riesco, alla fine, ad aprire le ante del mio armadio per dar luce e fare piazza pulita delle “ossa” abbandonate !
Mi ritrovo novella archeologa  … e non è cosa facile !
Spesso il ritardo nell’affrontare l’ingrato compito è stato motivato dalla scusa che nel farlo avrei potuto procurare danni ai miei lettori. Scusa che ha funzionato da leva per farmi desistere.
Certo l’argomento non è tra i più semplici : si tratta degli anni difficili della mia vita durante i quali ho fatto uso di nocive sostanze stupefacenti e poi ho, per la verità fin dal principio, iniziato una estenuante lotta per liberarmene .
Non importa indicare per filo e per segno chi è stato l’artefice della mia iniziale caduta in un viaggio che, per molti, si è concluso tragicamente.
Serve, credo, solo sottolineare il comportamento che io, quando ero tossicodipendente , ho avuto nei confronti di chi mi era intorno.
Non ho mai fatto alcun adepto, non ho mai in iniziato alcuno a quell’inferno.
Non mi sono mai resa responsabile di spartire con altri la mia stessa via verso la morte.
Mi sono sempre rifiutata di condividerla con qualcuno.
Ricordo una volta in montagna, a Foppolo, di essere stata ospite del mio amico Roberto e lui, per cercare di capire il mio malessere , mi chiese di provare.
Tentai di dissuaderlo ma , vista la sua insistenza, non mi rimase che una via di uscita.
Aprii la tazza del cesso e vi buttai tutta la mia riserva di droga con il risultato che , la mattina dopo, dovetti partire di corsa in preda a sconvolgenti conati di vomito e un generalizzato “cold turkey” , così come viene chiamata in gergo la sensazione di  malessere legata a brividi di freddo e spossatezza che la dipendenza provoca.
“Piuttosto che fartela sperimentare…la butto.”…e così fu.
Non so se Roberto ne rimase in futuro immune ma so per certo che non fu per mia colpa o a seguito della mia superficialità che iniziò.
Furono anni duri ed inutili.

Cercare …una via di uscita

Alla fine venni salvata da poche magiche parole  che fecero breccia nel mio cuore e da lì salirono sino ai miei neuroni stimolandoli ad un cambiamento radicale e salvifico.
Un giorno ero al quartiere Testaccio, a Roma, a cercare di acquistare la mia dose giornaliera quando il pusher, che  mi riforniva per la prima volta e per cui ero una illustre sconosciuta, mi disse:
“Tu finirai sotto terra…”
Ricordo, come fosse ieri, la spaccatura che quelle crude parole produssero dentro di me.
Dopo aver ristabilito la mia “normalità fisica”  con l’assunzione di quel veleno cominciai a camminare per le vie deserte di quella domenica mattina con un tenue sole primaverile che illuminava via via  anche il mio pensiero.
Era vero, sarei morta da lì a poco se avessi continuato per quella strada.
Quelle quattro crude parole del pusher rappresentavano la realtà di un futuro che volevo davvero?
O esistevano altre cose che aspettavano di essere vissute?
Ero sicura : dovevo smettere subito.
Come… non lo sapevo… ma dovevo trovare la volontà e la strada per non finire sottoterra.
Le parole avevano attivato i miei neuroni e da quel momento non sarei più stata la stessa di prima.
Pochi mesi dopo, il 12 giugno 1982, gettai la mia ultima dose dal finestrino della macchina in corsa…e fui salva.
Furono giorni di sofferenza, un autentico esorcismo che pochi amici del mio fidanzato di allora mi aiutarono a superare.
Scelsero un casale abbandonato nella campagna romana e lì passai tre notti a rendere l’anima.
All’alba del quarto giorno Pino mi aiutò ad alzarmi e mi portò, per assecondare i miei desideri, sino alla doccia dove misi solo il palmo delle mani sotto l’acqua corrente provando una autentica sensazione di benessere.
In quel momento lo guardai : gli erano venuti i capelli bianchi durante quell’assistenza prolungata.
Pino non era uno stinco di santo ma era dotato di una volontà ferrea e mi aiutò a guarire.
Da piccolo aveva perso, nello scoppio di una mina inesplosa, un avambraccio ed era rimasto cieco da un occhio…eppure ce l’aveva fatta riuscendo a ricuperare un fascino che gli aveva fatto cadere ai suoi piedi bellissime donne, me compresa.
Nato nella provincia di Caserta aveva scelto di sopravvivere perpetrando truffe ai grossisti ai quali vendeva , a prezzi molto vantaggiosi, merce….inesistente !
Me ne aveva insegnato il meccanismo ed io , che gli ero grata per avermi strappato al mondo della droga, avevo preso parte ad una di quelle operazioni.
Quella volta qualcosa andò storto ed arrivò la Polizia.
Il grossista non fece la denuncia perché in fondo stava comperando merce di dubbia provenienza e poteva incorrere nel reato di incauto acquisto… ma si rivolse verso di me :
“Che peccato! Quanta intelligenza sprecata …”disse.
Due parole che, appena percepite, attivarono i neuro-trasmettitori: nel mio cervello rendendo chiaro come avrei dovuto abbandonare, nell’immediato, quel tipo di comportamento, quel modo di agire così poco consono alla mia nuova esistenza…appena ritrovata.
Due parole e il cambio di direzione fu totale.
Mi misi a lavorare, coinvolgendo Pino in una nuova attività, nell’arredamento a Pesaro e , dopo pochi anni, fui in grado di ricostruire  appieno la mia vita nella quale, purtroppo, non c’era più posto per il mio salvatore.

Prima di lasciarlo scrissi una lettera all’allora Presidente della Repubblica, dietro consiglio del nostro avvocato, presentando le giustificazioni per la richiesta di grazia che era stata inoltrata per un vecchio reato che incombeva sulla sua fedina penale.
Motivai quella missiva raccontando come mi avesse salvato la vita.
Pino ottenne l’indulto e ne fu felice ma a  poco gli servì su questa terra perché la sua esistenza si spense  dopo breve tempo.
Nel frattempo io ero tornata ad essere da sola, libera di vivere  e potevo farlo con la mia intelligenza ed indipendenza ritrovata senza dovermi più abbassare ad esistere in  una specie di sottovita che non portava in alcun luogo.
Finalmente indipendente dalle sostanze e dalle persone.
E questo grazie al potere salvifico delle parole.
La forza di far riemergere questi episodi è stata determinata da una mia costante ricerca di un rito liberatorio.
Così leggendo il romanzo di Matilde Asensi ho ricordato le parole salvatrici della mia vita  e le ho unite alle cognizioni apprese in diverse occasioni di attenta lettura.
Nei libri ho attinto, da autodidatta, alle conoscenze.
Ad esempio nel testo “La grande Piramide e lo Zed” dell’archeologo Mario Pincherle, ho trovato notizie sulla antica terra di Ur in Caldea (l’attuale Iraq) traendo l’occasione per la ricerca di una forma di esistenza migliore che mi rendesse capace di auto-censurare periodi della mia vita passata. http://www.libreriauniversitaria.it/goto/author_Pincherle+Mario/shelf_BIT/p_0/Pincherle_Mario.html
In questo libro infatti trovai notizie sui progenitori della nostra umanità i quali protessero la conoscenza, racchiusa nello Zed o Djed, trasferendola nella terra di Egitto che all’epoca si chiamava Mishraim e la cui desinenza Msr in arabo indica, ancora oggi, il bel paese attraversato dal Nilo.


Gli antichi trasportano altrove la conoscenza, lo Djed

Portarono in salvo ed occultarono una conoscenza che, lasciata all’arbitrio di gente senza scrupoli, avrebbe potuto annientare l’umanità anziché salvarla.
Così fecero gli Yatiris.
Entrambi, per adempiere al dovere della salvaguardia, ci privarono di una conoscenza.
E noi oggi procediamo come ciechi e sordi usando solo una parte minima del nostro cervello.
Leggendo tra le righe del libro “L’Origine Perduta” ritrovo parole a me familiari :
“ …la questione è che tanto la paura quanto l’amore, la timidezza, il desiderio sessuale, la fame e l’odio, la serenità eccetera nascono perché c’è una sostanza chimica che si attiva tramite una piccola scarica elettrica”
Si, ad esempio, quel piccolo fremito nella membrana dietro all’orecchio è il sintomo della dopamina  che circola e provoca il piacere nel nostro essere.
Un tipo di onda elettromagnetica che l’aymara come lingua primordiale aveva al suo interno e che gli Yatiris come gli antichi Caldei sapevano utilizzare.
Il bombardamento del cervello con i suoni ingenera una risonanza che , usando i neuro-trasmettitori peptidici, provoca diversi stati d’animo secondo la coscienza delle persone.
Una determinata combinazione di suoni, parole precise dette nell’ordine necessario,  hanno di per se un forte potere di guarigione o di inibizione.
Per caso alcune persone, a me totalmente estranee, le hanno pronunciate rispondendo, forse, alla necessità di esternare il loro pensiero in maniera diretta ed estemporanea.
Poche parole che mi hanno salvato la vita…

C’è una frase benaugurale nel libro di Matilde Asensi :
“Jupaxusutaw ak munta jinchu chhiqhacha jichhat uksarux waliptaña”
il cui significato corrisponde a :
“ Lui è ammalato e voglio questo: che il vento che penetra nelle orecchie lo guarisca subito.”

                Gli antichi saperi, una volta racchiusi nei libri, oggi sono rintracciabili  in Internet !

Come non esserne entusiasti.
Non so quanto tutto questo possa essere scientificamente vero ma so per certo che noi utilizziamo le nostre potenzialità in modo irrilevante e che verrà un giorno nel quale si presterà più attenzione alla psiche dell’uomo e a quell’archètipo che vi si nasconde…riuscendo ad aprire uno spiraglio attraverso il quale migliorare il nostro concetto del mondo, i nostri contatti e il nostro modo di avvicinarci agli altri.
Non  per dominarli o trarne vantaggio ma per dedicarci con loro all’antico messaggio, occupandoci della ricerca di orizzonti migliori , al di là di supremazie di lotta e di potere.
Liberi di esistere in una vita più vicina alla sua essenza.
In fondo basterebbe chiedersi:
“Da dove giungono le indicazioni atte a salvarci la vita? Quante volte ognuno di noi ha trovato una forza straordinaria che ci ha aiutato a superare le incomprensioni, i blocchi e le difficoltà ?”
E’ seguendo quei consigli, che di per sé sono il bene più grande per l’essere umano, che, da sempre, si trova la via per fuggire alla miseria.
Forse perché si resta commossi di fronte alla verità e la si segue: all’improvviso si ha la soluzione dentro di noi…quasi si fosse aperta una porta con l’assoluto.
Allora ci accorgiamo che il nostro destino è ben più grande di quanto intuiamo  !

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