Il Matrimonio si fa a due mani?

Eccomi qua a raccontare il difficile…la parte insondabile,almeno fino ad ora, della mia coscienza con l’intento assolutamente non velato di fare luce, di ammettere e di perdonare le proprie ed altrui mancanze. Credo di essere stata sempre protagonista in assoluto della mia vita, di non avere mai accettato compromessi pagandone personalmente lo scotto anche laddove accondiscenderne alcuni avrebbe reso il mio percorso più leggero senza rendere però più possibile una  evoluzione attraverso quelle prove che mi ero inconsciamente imposta …consapevole solamente di essere una libera…matta scatenata ! E se il nostro passaggio su questa terra fosse proprio una opportunità per provare a guarire il nostro male interno? La nostra pazzia? Un viaggio in una beauty-farm dell’anima? Un tentativo di riscatto…

                                                                Lo Yin e lo Yang

C’è chi ci è riuscito e chi no…Chi ha continuato in vita a perpetrare crimini  credendo di sfuggire ai propri fantasmi…Chi non si è accorto di nulla…Chi ha voluto reagire e tentare una via di uscita…
Io credo di essere sulla via della guarigione da una schizofrenia infantile che mi ha reso nella vita alle volte angelo altre diavolo per arrivare ora  alla soddisfazione di essere una cosa sola, integra , composta da ying e yang non più in lotta fra loro, uniti sulla linea della minima resistenza.

Ma un mese prima del matrimonio…dopo aver abortito il bambino che l’altra mia io aveva così intimamente desiderato…mi preparavo nella più totale superficialità ad affrontare una vita a due, a  coinvolgere nella mia cieca corsa un’altra persona che non aveva saputo riconoscere in me l’incoscienza che mi animava…Carlo…
Al ritorno da Londra c’erano stati i preparativi per la cerimonia che per nostra scelta si sarebbe svolta solo in Comune , in fondo non ce la sentivamo di fare una promessa più impegnativa, e tutto era demandato all’organizzazione di mamma Vanzina che sola sapeva chi si doveva invitare e chi no oltre ad affrontare le spese dell’evento. Unico punto sul quale ero stata intransigente era il luogo dove tenere quell’invito : doveva essere la Casina Valadier a Villa Borghese, ricordo della mia infanzia, serviva a farmi sentire in qualche modo a casa…Quando ero piccola mia madre mi portava a Villa Borghese almeno una volta a settimana, si sedeva ad un tavolo nel dehor della Casina mentre io , affittata una bicicletta al casotto di legno sopra il Muro Torto, giravo libera e felice per i viali alberati ingaggiando gare con nuovi ed estemporanei compagni…nella più assoluta libertà…

                  Il dehor della Casina sopra Piazza del Popolo

Ogni tanto un passaggio davanti alla Casina Valadier per confermare a mia madre, che aveva saputo offrirmela, il gradimento a quella giornata di svago… lasciandola poi a riscaldarsi con i raggi di quel caldo sole romano. Casina Valadier doveva essere e Casina Valadier fu !
Partirono le partecipazioni ma della mia famiglia, oltre a mio padre e mia madre, non ne sarebbe intervenuto alcuno mentre piovevano regali da persone che non sapevo neanche chi fossero…la lista nel negozio di arredamento della madre di Pilar, Consuelo Crespi fu il regalo più apprezzato e ci permise di ordinare un bellissimo tavolo basso in radica dove poter appoggiare tutte le riviste del cinema di Carlo ed i miei libri su Bosh, Magritte e Dalì, un divano creato con stoffe indiane unitamente ad un gran pouff con rotelle che Sergio Baldi, Serghiei appena tornato dall’India mi aveva aiutato a scegliere, un cubo nero porta tutto che sembrava uscito da Odissea 2001  tanto ricordava il menir della conoscenza e …tanti, tanti oggetti che avrebbero reso la nostra nuova casa ancora più accogliente.

                    La finestra della nostra camera

L’avevamo trovata sfogliando sul Messaggero le inserzioni immobiliari : via Sistina 56 , quarto piano, due stanze più servizi,parquet e aria condizionata, ascensore, 400.000 al mese…nostra! Nel salotto, di fronte alle finestre con vista sui tetti della capitale sino al Gianicolo,  c’era una bella libreria in boiserie che poteva ospitare tutti i libri di Carlo, due table abillèe avrebbero preso posto vicino al divano indiano e…non serviva altro…o forse si…ma nessuno ci aveva regalato un consiglio per intraprendere la nostra convivenza  e chissà poi se avremmo saputo ascoltarlo !

                             La partecipazione privata ( disegno di Andrea Prezioso)

Arrivò anche la partecipazione creata apposta per noi dagli amici…la principessa del pisello che languidamente distesa sopra sette materassi si interessava soprattutto alla particolare protuberanza nel mezzo …dovuta dalla presenza del suo sposo alla base ! Fantastico …avevano capito tutto, al posto di sentirmi in qualche modo offesa da quella caricatura ne ero entusiasta: ritraeva la nostra realtà in modo perfetto..nulla da dire!
Il 24 giugno arrivò anche mio padre ma io quella mattina ero impegnata con Dino Risi  nel mio personale addio al celibato  e lo incontrai solo quando venne a prendermi al residence per portarmi al Campidoglio.

                                                         Al braccio di papà Ingo

Era abbronzato, sorridente e tutti lo scambiavano per un attore colmandolo di felice orgoglio mentre mi offriva il suo braccio accompagnandomi alla stanza del si.
Lando Buzzanca tentò di distogliere lo sposo con la battuta “Carlo al telefono…”, le nostre due madri piangevano lacrime da coccodrillo e Mario Monicelli nel ruolo di testimone della sposa presto avrebbe scordato ogni dovere legato a quella carica per ascoltare solo quello dettato dal suo desiderio.

                        …Dietro agli sposi …mio padre e mia madre …insieme

Mio padre tornò subito ad Alassio e il rinfresco alla Casina Valadier venne dissertato anche da mia madre che si ritirò piangente per le troppe emozioni : rivedere mio padre le aveva causato l’improvvisa coscienza di essere sola e di non desiderare esserlo. L’invito di Mario Monicelli a  raggiungerlo l’indomani a Spoleto per assistere alla prima di Flaiano giunse a proposito…avevo bisogno di un padre che sostituisse il mio, sparito così in fretta dalla mia vita senza chiedere né consigliare né informarsi dei nostri progetti
L’orrore del vuoto non si colma da sé…orror vacui, ora lo so…bisogna vivere essendo responsabili e nella responsabilità degli altri.

Al ritorno dal viaggio di nozze alle Canarie, passato leggendo “Harold e Maud” di Colin Higgins… cavalcando sulla spiaggia di Tenerife e avventurandoci sull’altipiano della luna , accompagnavo ogni giorno Carlo al lavoro sul set del film “Vogliamo i Colonnelli” cercando di passare più tempo possibile vicino a Mario dal quale traevo sicurezza lasciandomi affascinare dal suo modo pungente di analizzare la società, dalla sua capacità di fregarsene degli schemi e delle regole…ricordo le colazioni con Magni su tovaglie di carta nei buiaccari romani  a via Flaminia dietro la Fono Roma , alla Quercia vicino piazza Farnese o ancora sopra il Circo Massimo.

                                                    La locandina del film

Carlo ed io la sera  rientravamo nella nostra nuova casa di via Sistina dove io preparavo deliziose piccatine al marsala o al limone…solo quelle …perché non sapevo fare altro se non scaldare passate al pomodoro Campbell…ci piaceva fare il bagno insieme, immergerci nudi nella vasca ricolma di acqua bollente e giocare ad eccitare così i nostri sensi…leggevamo Playboy prima di andare a letto…anzi meglio dire nella “busta” che Carlo esigeva fosse perfetta, con le lenzuola rimboccate senza neanche una piccola grinza sul tessuto.

                                                  Nudo alla finestra di via Sistina

Quelle letture ci fecero venire l’idea di chiamare un fotografo allora emergente, Bruno Oliviero per chiedergli di immortalare la mia nuda bellezza e la nostra splendida piccola casa. Nacque così l’articolo che mi ritraeva senza veli sull’ottavo numero del Playboy italiano…non potevo lontanamente immaginare quanto scandalo e riprovazione avrebbe suscitato nella mia famiglia…seppi solo al rientro ad Alassio quanto dispiacere avevo causato. Per impedirne la lettura mio padre e mio zio avevano comperato tutti i numeri della rivista presenti nelle edicole da Sanremo a Savona delegando al recupero di quei giornali mio cugino Paolo che li accatastò tutti nel caveau della banca Galleani nella sede davanti alla stazione di Alassio. In una lettera mio padre mi esternava tutta la sua costernazione per il fatto che mio marito avesse permesso e caldeggiato quell’ultima mia follia…nel riceverla provai solo un sentimento di rabbia per quel giudizio emesso da una persona , mio padre, che non aveva fatto nulla per preservare la mia vita…mi aveva messa al mondo scordandosi di darmi le direttive per farcela. No ,si nascondeva dietro quelle parole,  non era di me che si preoccupava ma dello scandalo che l’uscita di quella rivista  aveva provocato nella piccola città dove viveva …anche  se devo ammettere non possa avergli fatto piacere vedere sua figlia nuda all’edicola del giornalaio sotto casa…anche se in un nudo di classe !

                                                  Copertina della rivista

“Vogliamo i Colonnelli” continuava nel doppiaggio dei personaggi che contornavano il protagonista Ugo Tognazzi con le splendide interpretazioni di Faa di Bruno e della sorprendente Carla Tatò.

                 Il caratterista Antonino Faa di Bruno

Uno di quei pomeriggi, complice uno scambio di bigliettini, avevo ricevuto da Mario  l’invito a passare qualche ora nel residence Velabro dando corpo al mio sogno  di essere amata senza condizioni da un nuovo candidato padre, lasciandomi trasportare in giochi più grandi di me dimentica di ogni precedente vincolo. Mi sorprese venire a sapere che un nostro parente ci stava sorvegliando ed era perciò al corrente del mio tradimento in quanto io non lo consideravo tale, non mi sembrava di fare alcunché di male…vivevo la mia vita…e allora?…era solo mia e nessuno avrebbe dovuto limitarla!

                                                    Mario Monicelli

La sera quando tornavo da Carlo dimenticavo tutto, riuscivo ancora a sdoppiarmi e mi dedicavo a lui come se nulla fosse stato…almeno sino a quando la noia della mia vita  riaffiorava con il desiderio di eccedere di nuovo, di provare emozioni forti, di sentire il cuore battere da protagonista nell’assoluta convinzione di non fare male ad alcuno…Era normale …faceva parte della vita e le persone con la quale ne dividevo gli attimi  partecipavano alla mia esperienza con passione ma tutti senza impegnarsi a capire, a indagare i miei sentimenti…alla prima difficoltà sarebbero spariti nel nulla come i miei genitori…non c’ere da fidarsi e questo mi consentiva di non pensare a rispettarli.

                       “Chi ha subito un danno è pericoloso….sa di poter sopravvivere

“Il Danno” un bellissimo film di Louis Malle poneva l’attenzione proprio sulla pericolosità delle persone che avevano subito un danno all’inizio della loro vita , quella sofferenza patita le aveva rese insensibili, quel primo tradimento irrispettose dei sentimenti altrui come se niente importasse… In che braccia si trovava a dividere il sonno… povero Carlo, il sentimento che lo animava era solo passione non amore, uscirne non sarebbe stato facile…Io dovevo riconoscere e guarire dalla mia malattia, dal danno…Lui doveva sopravvivermi !

A Natale partimmo per NewYork al seguito di Steno, padre di Carlo e regista del film “Anastasia mio fratello”interpretato dal grande Alberto Sordi. Non ho mai amato le metropoli e  quell’anno newyorchese  sarebbe stato da me ricordato per la violenza gratuita che ne animava le strade.

                Central Park

Il film finanziato da De Laurentiis ospitava la troupe nell’albergo dietro la residenza del produttore vicino al Central Park e al più famoso Hotel Pierre. All’entrata ci veniva ad aprire un portiere con cinturone e pistola…occupavamo tutto un piano dove, a causa delle finestre bloccate, aleggiava tutto il profumo del sugo che mamma Vanzina preparava all’Albertone nazionale al fine di non fargli patire la “ saudade” per l’Italia!

      Alberto Sordi nel  film “Anastasia mio fratello”

Se si usciva era peggio: i taxi a NewYork  erano provvisti di grata tra il conducente e i passeggeri, una foto “segnaletica” informava i viaggiatori su chi fosse proprietario del mezzo e lui solo aveva dall’interno la possibilità di chiudere ermeticamente portiere e finestrini . Non mi piaceva davvero, erano tutti indici di inciviltà, di sopraffazione anche se ne avremmo testato a breve tutta l’utilità. Attraverso lo specchietto retrovisore il conducente ci spiegò di avere bloccato le portiere perché il guidatore dietro di noi avrebbe esternato un raptus di rabbia da lì a poco …stufo di attendere dietro al nostro taxi fermo al semaforo rosso dapprima suonò il clacson più volte poi…sceso dalla sua macchina cominciò a tempestare con calci e pugni le portiere del nostro mezzo…nella completa indifferenza generale!

                                  La splendida architettura a spirale del museo Guggenheim

Spaventosa per me quella città, assomigliava più ad un incubo che ad un viaggio di piacere….bellissimo il Guggenheim Museo, affascinanti i locali che si aprivano il giorno di cui portavano il nome ospitando “live” le esibizioni dei cantanti come Eric Clapton al Tuesday o Crosby Still Nash and Young in un martedì sera indimenticabile, o le superaffollate cantine del jazz dove fino all’alba Duke Ellington la faceva da padrone.
Terribile l’atmosfera che gravava sulle nostre teste la sera quando come innamorati di Peynet avevamo chiesto al taxista di turno di portarci a ballare all’Hyppopotamus e …questi, forse per insegnarci a vivere, ci aveva lasciato di fronte al locale…si… ma davanti all’Hyppopotamus dei neri ! Entrati al buio avevamo dovuto sederci al bancone del bar per accorgerci  di essere i soli bianchi in un night di soli neri…nonchè l’oggetto degli sguardi esterrefatti dei presenti …ci guardavano come fossimo stati una mosca bianca …da schiacciare da lì a poco! Con tante scuse levammo l’incomodo…nel minor tempo possibile!

Un pomeriggio passeggiavo per una Lane che si incrociava con la Quinta Avenue alla ricerca di un parrucchiere quando mi accorsi di un capannello di gente con il naso all’insù che sostava nel bel mezzo della strada…chiesi il motivo…mi indicarono su in alto, c’era un uomo in procinto di suicidarsi dal cornicione dell’ottavo piano di quel “building” e di lì a poco, mi spiegarono, si sarebbe buttato fornendo uno spettacolo inusuale agli astanti…
Scappai inorridita…la vita degli altri era veramente senza alcun valore sino a quel punto…sino a diventare un passatempo, solo un macabro spettacolo?  No, non ce l’avrei fatta a resistere altri sette giorni in quella città che per altro mi assomigliava così tanto, così come era in quel momento…esasperata dalla assenza di ogni  valore.
Mi fermai ad un telefono pubblico e chiamai l’unica persona che poteva aiutarmi, il mio amico Franco Rapetti…lo implorai di mandarmi un biglietto aereo prepagato per l’indomani , il 31 dicembre…
La mattina dell’ultimo giorno dell’anno 1972 …a sorpresa inventai una scusa a Carlo e famiglia e tagliai la corda, senza una lira in tasca stringendo forte solo la mia libertà…convinta un’altra volta come quella fosse l’unica cosa giusta da fare…scappare! Scappare da quella città prima che l’imponderabile accadesse…

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